Si può vivere di sola birra? Sembra di sì, in Sardegna. Provate l’esperienza di avvicinarvi alla vetrinetta di un bar sardo e lo capirete. Se vi va bene, di fresco, troverete solo le brioche della colazione. Altrimenti sarà un proliferare di merendine in cellophane, snack multinazionali e patatine fritte
in sacchetto. Di queste ultime se ne annoverano di tre tipi: la prima è
di marca continentale, la seconda e la terza prodotte in isola. Per
essere precisi l’ultima non è proprio una patatina ma pane “guttiau” in
busta. Poi, ma non sempre, c’è l’apparentemente fresco da riscaldare o meno, ovvero dei panini, tramezzini e toast sigillati in plastica.
Poi
uno esce dal bar, fa cinque chilometri, ma a volte bastano pochi metri,
e vede mandrie di pecore, mucche bellissime e suini al pascolo e si
chiede: ma perché nella triste vetrinetta di prima non c’è almeno un
pezzettino di formaggio o una fetta di salsiccia da accompagnare al
beveraggio? Qui scatta il primo paradosso, perché pare che tutti ma proprio tutti in quel bar, o producono essi stessi insaccati e pecorino, o hanno un parente strettissimo che lo fa e glielo regala. Il secondo paradosso è che non possono vendertelo per norme igieniche, né al bar né altrove. Così dicono.
Però
noi ci accontenteremo anche di qualcosa di meno “selvaggio” del
formaggio del pastorello dalle gote rosse. Insomma, un prodotto
acquistabile anche in supermercato o in un alimentari. Lungi dal voler
scomodare l’aperitivo milanese, i “ciccheti” veneti o la “pasticceria
salata” siciliana, noi assidui avventori di bar sardi al settimo giro di
birra pagheremmo oro un tagliere di specialità locali.
Per concludere, torniamo sulle norme igieniche che ci tolgono il sonno.
Se si vendono le fresche brioche di cui sopra, perché non si potrebbero
spacciare panini imbottiti confezionati al momento o fatti in giornata?
Avete forse paura che rimangano invenduti? Impossibile, un ubriaco
affamato c’è sempre.
vedi l'articolo nel suo contesto
domenica 17 marzo 2013
Gavino avverto un leggero languorino
mercoledì 21 novembre 2012
Mangiare in Sardegna, l’agriturista e il paradosso di Tiscali
Usiamo una metafora: cinquemila anni fa, i nuragici in piena Sardegna
non avevano nessuna convenienza a farsi trovare, essendo affacendati
nelle loro faccende. Cinquemila anni dopo (più dodici e una settimana da
un Obama bis) per soddisfare la voglia di visitare Tiscali (il
sito archeologico più famoso della Sardegna, dal cui nome un ex
presidente di Regione ha costruito una fortuna telematica), si rischia
la scomparsa quotidiana di turisti armati di pedule e di buona
volontà. Questo perché si è deciso che il cartello segnaletico è peggio della gramigna infestante e come tale va abbattuto.
Se poi servono gli elicotteri per cavare dal Supramonte gli avventori desiderosi di vedere la meravigliosa dolina, poco male. Cosa vuoi che siano due turisti scomparsi pur di portare a termine l’ottusa missione di privare di segnaletica il versante di ascesa da Oliena (NU)? Del resto Tiscali è “solo” una delle poche meraviglie sarde che se la batte ad armi pari con le famose spiagge bianche dell’Isola. Tiscali deve rimanere un miraggio per pochi, e quei pochi o devono noleggiare una guida o passare da un altro Paese. Insomma basta che non passi dove dico Io (io uomo nuragico che non mi voglio far trovare): “That’s all, folks”.
Eccoci alla conclusione ghiotta: in Sardegna non si mangia male, tanto meno negli agriturismi. Ma mica puoi decidere Tu (continentale da strapazzo). Lo devo decidere Loro (i nuragici) se finalmente puoi gustare qualcosa di diverso dall’onnipresente menù Uno e Trino agrituristico: raviolo-porcetto-seadas (che ne so, un pollo ruspante ripieno con i peperoni). Tu puoi solo ringraziare. Ringraziare per la loro ospitalità.
P.s. Lo so che negli agriturismi si mangia a menù fisso. So anche che si possono trovare: malloreddus, cinghiale, agnello, ricotta, pecorino e verdure crude. Ma l’ossessione di voler servire il (finto) tipico è a volte molto più forte di una genuina ricerca sulla (diversità) delle tradizioni.
vedi l'articolo nel suo contesto
Se poi servono gli elicotteri per cavare dal Supramonte gli avventori desiderosi di vedere la meravigliosa dolina, poco male. Cosa vuoi che siano due turisti scomparsi pur di portare a termine l’ottusa missione di privare di segnaletica il versante di ascesa da Oliena (NU)? Del resto Tiscali è “solo” una delle poche meraviglie sarde che se la batte ad armi pari con le famose spiagge bianche dell’Isola. Tiscali deve rimanere un miraggio per pochi, e quei pochi o devono noleggiare una guida o passare da un altro Paese. Insomma basta che non passi dove dico Io (io uomo nuragico che non mi voglio far trovare): “That’s all, folks”.
Eccoci alla conclusione ghiotta: in Sardegna non si mangia male, tanto meno negli agriturismi. Ma mica puoi decidere Tu (continentale da strapazzo). Lo devo decidere Loro (i nuragici) se finalmente puoi gustare qualcosa di diverso dall’onnipresente menù Uno e Trino agrituristico: raviolo-porcetto-seadas (che ne so, un pollo ruspante ripieno con i peperoni). Tu puoi solo ringraziare. Ringraziare per la loro ospitalità.
P.s. Lo so che negli agriturismi si mangia a menù fisso. So anche che si possono trovare: malloreddus, cinghiale, agnello, ricotta, pecorino e verdure crude. Ma l’ossessione di voler servire il (finto) tipico è a volte molto più forte di una genuina ricerca sulla (diversità) delle tradizioni.
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giovedì 1 novembre 2012
Birra in Sardegna: il successo incontrastato (e poco spiegabile) della Ichnusa
"Praticamente un monopolio: i sardi bevono il
doppio di bionde rispetto alla media nazionale, ma non puntano sulla
varietà, anzi. Possibile che basti, a creare un tale trionfo, mettere lo
stemma dei Quattro Mori sulle bottiglie di un prodotto industriale? I
produttori locali, intanto, ne pagano le conseguenze."In Sardegna si beve molta birra. Secondo una recente indagine condotta da Makno e AssoBirra pare che se ne beva più del doppio rispetto alla media delle altre Regioni italiane. La birra che si beve è sempre l’Ichnusa. L’ichnusa si produce ad Assemini (CA) ma è di proprietà della Heineken. Anche in altri luoghi d’Italia esiste una identificazione locale con la birra, a volte un po’ paradossale come in Puglia. Ad esempio a Taranto si beve la Raffo, marchio Peroni che la produce nei suoi stabilimenti a Bari. A Bari invece si beve la Peroni fondata a Vigevano e ceduta alla SABMillerm che la produce a Roma, A Lecce si beve la Dreher, fondata a Trieste, acquistata dalla Heineken e prodotta negli stabilimenti di Taranto.
In Sardegna però è un’intera regione che beve in esclusiva una sola birra. Da sud a nord, da est a ovest la proposta è sempre la birra con l’effige dei Quattro Mori. Nemmeno la persistente rivalità Cagliari Sassari scinde i sessanta litri pro capite di ogni sardo in una possibile diversità d’acquisto. L’Ichnusa mette d’accordo il gusto di tutti gli isolani. Una unione d’intenti per altro in controtendenza alle peculiarie caratteristiche sarde: orgogliosi sempre ma divisi su tutto. Perché questo successo per una birra industriale non così diversa da altri marchi della medesima proprietà o di altre multinazionali? Una prima risposta, la si trova indagando su fattori di scala globale. Le tre multinazionali che detengono la totalità dei marchi mondiali hanno stretto e costretto in pie illusioni identitarie le comunità che producevano e consumavano birre locali. Nell’etichetta della bottiglia rimane lo stemma della tradizione, ma il contenuto è quanto di più distante da quest’ultima. La seconda risposta ha a che vedere con l’identità sarda e solo con questa: la bandiera dei Quattro Mori ai sardi conferisce un quadro di certezze, come il Cagliari di Gigi Riva, come il maialetto arrosto della nonna.
Fatto sta che il monopolio della birra Ichnusa in Sardegna è qualcosa che mette in crisi qualsiasi teoria della libera concorrenza. Spesso, anche volendo, non si può scegliere: la totalità degli onnipresenti circoli/club e molti esercizi commerciali, spacciano solo ed esclusivamente birra Ichnusa. La seconda e ultima domanda non ha risposte, o meglio io non le conosco. Perché nessuno si è mai proposto nella commercializzazione regionale di una vera birra sarda, in controtendenza alle multinazionali e magari un po’ meno industriale? Eppure i fattori di possibile successo ci sono tutti: se ne beve tanta, ci si identifica presto, basta una bandiera. Un suggerimento per iniziare? Ripartire dagli innumerevoli produttori locali di ottime birre artigianali sarde che soffrono quotidianamente nella distribuzione.
vedi articolo nel suo contesto
venerdì 24 agosto 2012
Il Bar dei fratelli Caria ama la mamma e la polizia
Per spiegarci il Bosone, i fisici del Cern, hanno usato la metafora della stanza piena da attraversare. Quell'inafferrabile pieno declinato nello spazio interstellare è Bosone. Per spiegare il bar dei fratelli Caria non serve la metafora, le stanze del locale son sempe vuote. È un vuoto contemporaneo però, una volta quel bar era pieno (di uomini e bosoni). La nostra certezza si basa su segnali inequivocabili. Il primo: il bar in oggetto, come altri bar di prima periferia, che non hanno voluto o potuto rinnovarsi ma che stanno cercando, per oscuri motivi di resistere, hanno perso per lutto la propria clientela. Due: all'interno del bar persiste un iper arredamento, posaceneri, sedie e tavolini che oramai nessuna tocca, nessuno usa e nessuno sposta. Tre: lungo le pareti del bar sono appesi , con chiodi che tengono a malapena il peso, delle cornici. Segni inequivocabili di un vissuto, di una passione, di una frequentazione da bar, appunto. Quattro: dietro il bancone liquori dei bei tempi andati fanno ancora orgogliosa mosra di se. Tanto che qui il Biancosarti fa ombra alla ditta Martini. Cinque: la faccia del barista, in ogni ruga una storia da raccontare, peccato che non ci sia più nessuno ad ascoltare.
Bonus: il biancosarti ci fa sempre venire in mente Telly Savalas nel tenente Kojak.
Malus: le poche sedute esterne si contendono lo spazio con le automobili parcheggiate un po' ovunque.
Voti della palmanana
Ambiente: 6/7
Servizio: 6+
Bar Caria, via G. Palomba 20, Alghero
Bonus: il biancosarti ci fa sempre venire in mente Telly Savalas nel tenente Kojak.
Malus: le poche sedute esterne si contendono lo spazio con le automobili parcheggiate un po' ovunque.
Voti della palmanana
Ambiente: 6/7
Servizio: 6+
Bar Caria, via G. Palomba 20, Alghero
venerdì 17 agosto 2012
Mangiare in Sardegna, trattorie e mercati del pesce nella “barceloneta d’Italia” (da "il Fatto Quotidiano" del 14/08/12)
Premesso che i ricci proliferano in tutto il Mediterraneo e che le aragoste sarde sono più ricche di molti di noi perché volano in prima classe per i migliori ristoranti del mondo, oggi cerchiamo di affrontare uno dei luoghi comuni del turista che sceglie la Sardegna: l’abbuffata di pesce! Forse non tutti sanno che nell’immaginario dei sardi, le feste sono un buon maialino da latte o un capretto che volteggiano sul fuoco; sono le deliziose indigeribili zuppe di pecora e formaggio o di lardo e fave; sono carciofi e tenere favette. L’ambientazione classica dell’umorismo “continentale” sui sardi non è mai la barca, ma quasi sempre un dirupo tra sassi e mirti, contornato da greggi di pecore. Tutti però pensano al pesce quando prendono un biglietto per la Sardegna. E allora proviamo a dimenticare tutto ciò e da bravi turisti iniziamo a chiedere anche noi, per le strade di Alghero, dove si mangia il pesce buono.
Tra i primi posti che ci vengono suggeriti pare che ci sia un santuario della pasta coi ricci, la trattoria Maristella. Quasi ognuno ha avuto una casa della nonna o della zia. Ognuno la propria o al massimo condivisa con pochi connipoti. I ricordi si mescolano negli odori di cucina tra i mordi e fuggi da bicarbonato alla modica cifra di un interrogatorio faticoso per delare di te e dei tuoi prossimi. Anche da Maristella non ci si passa per caso come dalla nonna, ma quando puoi, dimentichi il conto, gli odori di zuppe e arrosti, e ritorni. Uno spazietto banale il giusto, tinto di sobrio gusto minimo medio: dall’apparecchiatura alla posa neutrale e giusto-cordiale dei camerieri. Tra le facce degli addetti al servizio aleggia però un sottile senso di “tanto lo sappiamo che la nostra roba è buona e che ti ha mandato qualcuno o ci conosci già”! Ma sanno anche che il cibo genuino non è troppo economico e allora, anche se ti hanno già inquadrato, nessuno farà smorfiette se chiederete di “smezzare” qualche piatto per assaggiare di più. Contrariamente agli avventori, i cui discorsi urlati rimbombano nella piccola sala nei momenti di pienone, i camerieri non parlano molto. Qui però chi comunica davvero è il piatto. Sincero, anche. Pochi intingoli e un gusto rustico per il mostro sbattuto in prima pagina, senza carezze. Dritto verso la sazietà. I superpapillati del retrogusto e del bouquet complesso sono avvisati: qui il pesce sa di pesce! La selezione di vini sardi tiene testa ai gusti veraci, lasciatevi consigliare dai monosillabi dei camerieri.
Tornati in strada con nuova verve, proviamo a cambiare target. Qual è il posto più radicalchic della “barceloneta” d’italia? Di sicuro non stiamo parlando quei locali che imitano gli allestimenti obituari e anemici della Milano da bere. Se cerchiamo un posto rustico ma raffinato, informale ma delicato, leggermente popolare ma sicuramente, sostenibilmente, a kilometro zero, allora tutti al Mercato del Pesce! Bateson dice che, escludendo l’istinto, le abitudini si apprendono sempre due volte. Prima si conosce il funzionamento di qualcosa, poi, esercitandosi e sperimentando, ci si abitua a ripeterlo. Istintivamente noti la Boqueria verso l’ora di pranzo quando avverti un inspiegabile odore di frittura intorno a te. Ti guardi intorno con attenzione e finalmente scorgi un cartello fuori dal mercato del pesce. Ti ci avvicini e vedi della gente che non ha l’aria da casalinga entrare o uscire da lì, chiacchierando tra amici. In quel momento capisci che il tuo istinto non mentiva. Poi, scatta l’abitudine. Fin dalla prima volta è bene imparare a separare l’aspetto da friggitoria rustica dalla realtà malcelatamente fighetta del locale. Si deve capire che i pescioni freschi che ti guardano e le ostriche che ti naccherano al ritmo dell’acquolina in bocca non hanno affatto lo stesso prezzo del banco del pesce alle tue spalle. Mentre aspetti un tavolo nell’ora di punta, tra i morsi dell’appetito, devi esercitarti a stare a tuo agio tra gli echi del mercato, incantonato sul tuo tavolino, a debita distanza da felpe fintoluride col cappuccio e completi di Armani: un’esperienza da provare! Se la freschezza e la bontà non hanno prezzo, mai questa massima fu più vera alla Boqueria dove, a parte il piatto fisso di frittura, non esiste prezzo esposto. Ogni abitudine, infatti ha degli imprevisti. E qui resta oscuro il meccanismo di formazione del conto. Al punto che se pure impari a scegliere in modo eurocompatibile e prendi il vizio di coccolarti ogni tanto con una deliziosa triglia arrosto o un turgido polpo, lo farai comunque rischiando di dar fondo ai biglietti nel portafogli! Che dipenda da chi fa le somme? Non si sa. Intanto il vino in bottiglia è piuttosto caro, e anche troppo freddo. Che si possa, in tutta questa informalità, portarsene una bottiglia giusta da casa? Un paio di esperienze non sarebbero sufficienti se non ci fosse però quella più autentica.
A chi disponesse di una cucina o di un barbecue consigliamo vivamente una passeggiata per la banchina settentrionale di Alghero. Lì, hanno realizzato da poco un mercato del pesce locale. Consigliamo di portarvi a casa qualcuno di quei deliziosi mostri marini fuori misura che stimoleranno e soddisferanno ogni appetito talassofilo. E se, come spesso succede, lo troverete chiuso (il maestrale impera sulle vite dei pescatori sardi), provate a girare tra i pescherecci e chiedete in giro se qualcuno ha da vendervi qualcosa. Se siete fortunati, quella sarà la vostra migliore abbuffata di pesce in Sardegna!
vedi articolo nel suo contesto
Tra i primi posti che ci vengono suggeriti pare che ci sia un santuario della pasta coi ricci, la trattoria Maristella. Quasi ognuno ha avuto una casa della nonna o della zia. Ognuno la propria o al massimo condivisa con pochi connipoti. I ricordi si mescolano negli odori di cucina tra i mordi e fuggi da bicarbonato alla modica cifra di un interrogatorio faticoso per delare di te e dei tuoi prossimi. Anche da Maristella non ci si passa per caso come dalla nonna, ma quando puoi, dimentichi il conto, gli odori di zuppe e arrosti, e ritorni. Uno spazietto banale il giusto, tinto di sobrio gusto minimo medio: dall’apparecchiatura alla posa neutrale e giusto-cordiale dei camerieri. Tra le facce degli addetti al servizio aleggia però un sottile senso di “tanto lo sappiamo che la nostra roba è buona e che ti ha mandato qualcuno o ci conosci già”! Ma sanno anche che il cibo genuino non è troppo economico e allora, anche se ti hanno già inquadrato, nessuno farà smorfiette se chiederete di “smezzare” qualche piatto per assaggiare di più. Contrariamente agli avventori, i cui discorsi urlati rimbombano nella piccola sala nei momenti di pienone, i camerieri non parlano molto. Qui però chi comunica davvero è il piatto. Sincero, anche. Pochi intingoli e un gusto rustico per il mostro sbattuto in prima pagina, senza carezze. Dritto verso la sazietà. I superpapillati del retrogusto e del bouquet complesso sono avvisati: qui il pesce sa di pesce! La selezione di vini sardi tiene testa ai gusti veraci, lasciatevi consigliare dai monosillabi dei camerieri.
Tornati in strada con nuova verve, proviamo a cambiare target. Qual è il posto più radicalchic della “barceloneta” d’italia? Di sicuro non stiamo parlando quei locali che imitano gli allestimenti obituari e anemici della Milano da bere. Se cerchiamo un posto rustico ma raffinato, informale ma delicato, leggermente popolare ma sicuramente, sostenibilmente, a kilometro zero, allora tutti al Mercato del Pesce! Bateson dice che, escludendo l’istinto, le abitudini si apprendono sempre due volte. Prima si conosce il funzionamento di qualcosa, poi, esercitandosi e sperimentando, ci si abitua a ripeterlo. Istintivamente noti la Boqueria verso l’ora di pranzo quando avverti un inspiegabile odore di frittura intorno a te. Ti guardi intorno con attenzione e finalmente scorgi un cartello fuori dal mercato del pesce. Ti ci avvicini e vedi della gente che non ha l’aria da casalinga entrare o uscire da lì, chiacchierando tra amici. In quel momento capisci che il tuo istinto non mentiva. Poi, scatta l’abitudine. Fin dalla prima volta è bene imparare a separare l’aspetto da friggitoria rustica dalla realtà malcelatamente fighetta del locale. Si deve capire che i pescioni freschi che ti guardano e le ostriche che ti naccherano al ritmo dell’acquolina in bocca non hanno affatto lo stesso prezzo del banco del pesce alle tue spalle. Mentre aspetti un tavolo nell’ora di punta, tra i morsi dell’appetito, devi esercitarti a stare a tuo agio tra gli echi del mercato, incantonato sul tuo tavolino, a debita distanza da felpe fintoluride col cappuccio e completi di Armani: un’esperienza da provare! Se la freschezza e la bontà non hanno prezzo, mai questa massima fu più vera alla Boqueria dove, a parte il piatto fisso di frittura, non esiste prezzo esposto. Ogni abitudine, infatti ha degli imprevisti. E qui resta oscuro il meccanismo di formazione del conto. Al punto che se pure impari a scegliere in modo eurocompatibile e prendi il vizio di coccolarti ogni tanto con una deliziosa triglia arrosto o un turgido polpo, lo farai comunque rischiando di dar fondo ai biglietti nel portafogli! Che dipenda da chi fa le somme? Non si sa. Intanto il vino in bottiglia è piuttosto caro, e anche troppo freddo. Che si possa, in tutta questa informalità, portarsene una bottiglia giusta da casa? Un paio di esperienze non sarebbero sufficienti se non ci fosse però quella più autentica.
A chi disponesse di una cucina o di un barbecue consigliamo vivamente una passeggiata per la banchina settentrionale di Alghero. Lì, hanno realizzato da poco un mercato del pesce locale. Consigliamo di portarvi a casa qualcuno di quei deliziosi mostri marini fuori misura che stimoleranno e soddisferanno ogni appetito talassofilo. E se, come spesso succede, lo troverete chiuso (il maestrale impera sulle vite dei pescatori sardi), provate a girare tra i pescherecci e chiedete in giro se qualcuno ha da vendervi qualcosa. Se siete fortunati, quella sarà la vostra migliore abbuffata di pesce in Sardegna!
vedi articolo nel suo contesto
lunedì 6 agosto 2012
Refugium per turista neghittoso. Ristorante al bisbe
La città catalana ha un gruzzolo
nascosto di vie strette, di muri zuppi d’umido e di sale, che il
lento inverno prepara all’asciugatura dell’estate. Allora è la
canicola che vince, quando la mamma del sole inchioda i viandanti
ciechi e li forza a strisciare lungo gli orli dei muri: senza
accorgersene capita di arrivare all’acciottolato di piazza del
teatro, che è già sera, e prender giù storditi per i gradini del
Bisbe. Errore quanto mai felice!
Sì, è vero che la cucina a vista
sparge i fumi delle cotture, anticipa la sorpresa degli odori e forse
li staglia fin troppo sulle ceramiche chiare chiare, luccicanti sotto
le lampade dei barbuti designer milanesi. Ma la saletta lunga nei
pressi del bancone darà il sollievo della penombra e della musica
soffusa, a chi cerca respiro dalla non vita delle spiagge
arroventate. Qui nei seminterrati segreti, nel ventre di Alghero,
mani premurose sapranno offrirgli – su rustiche tovagliette di
carta da macelleria, ricercatissime! – la compagnia di una pasta
con verdurelle appena scottate, insaporite di spezie della macchia.
Un calice o due di nerissimo rosso per un oblio sereno, una vacanza
leggera e finalmente paga di un riposo senza desideri. (ma.sì)
Bonus: Nella pia e buona opera c’è una
passione sincera, per quelle cose terrestri che preparano un piccolo
cielo anche qui.
Malus: L’opera pia ha i suoi costerelli, non
altissimi... Ma è giusto: il turista neghittoso deve espiare. E
anche i ristoratori devono mangiare.
Ristorante Al Bisbe, Placa Del Bisbe 4, alias del
Teatro, Alghero
giovedì 2 agosto 2012
Mangiare in Sardegna: un vademecum per affrontare le sagre di paese (da "il Fatto Quotidiano" del 23/07/12)
Un indimenticabile Enrico Montesano travestito da romantica donna
inglese esclamava “molto pittoresco” ad ogni piè sospinto. Le occasioni
“d’entusiasmo” di Milady derivavano da visoni grossolane, grottesche e
cialtrone del nostro bel paese. Era la televisione degli anni ’70 e ad
occhio e croce sono passati trent’anni. Adesso prendete un turista continentale contemporaneo, cotto a puntino dalla canicola della Sardegna,
trasportatelo per una sera dai bagni di mare ad un rigoroso bagno
d’entroterra (e “più dentro”si va meglio è) con opzione festa o sagra di paese
e aspettate le prime due parole che pronuncerà. Milady e il nostro
paonazzo turista avranno lo stesso ebete entusiasmo. Spieghiamo il
perché.
Ci sono due tipologie di festa/sagra sarda: quelle dove il comitato organizzatore non fa da mangiare e quella dove lo fa. Di solito si festeggia un santo patrono, ma ci sono anche paesi che festeggiano il santo di riserva per festeggiare due volte. Si narra di piccole comunità che organizzano festeggiamenti nella propria piccola cittadina di un santo patrono di un paese attiguo. La prima tipologia demanda l’oneroso compito a terzi, non prima d’averci spiegato per filo e per segno (a volte persino mostrato) quanto sono buoni i loro piatti tipici e quanto sono bravi a cucinarli. Non fatevi illusioni però, a noi mortali non è dato assaggiare. Quindi chi allieterà lo stomaco del forestiero? Le opzioni sono di nuovo due. La prima è la più veloce e pericolosa: il “panino cadozzo” servito da camion omonimo. Trattasi di panino a tre gustose scelte, cavallo, salsiccia o pancetta con contorno di cipolla fritta. La digestione sarà la vostra personale via crucis. La seconda è apparentemente senza ruote, ma in realtà viaggia eccome. Proviene dal nuorese, almeno così sta scritto sull’insegna ed è il più grande assassino di maialetti da latte dell’universo, a giudicare dalla quantità arrostita al minuto secondo. Da lui troverete anche cordula (ovvero frattaglie ed interiora), ma in mezzo al poderoso fumo a volte fanno “bella mostra” di se anche dei muggini. Il pesce in realtà non lo prende nessuno, è li per par condicio. Il Trimalcione nuorese non è economicissimo e quando lo troverete per la sesta volta in sei posti diversi vi farete anche voi le prime domande sull’industrializzazione spinta dell’arrostitore folle. Per la digestione vedi sopra, ma se digerite i sassi nessun problema.
Altra storia se il comitato cucina ma anche qui le variabili si biforcano. Opzione uno (chiamiamola Imprevisti, come nel Monopoli): il comitato cucina panini, o meglio infarcisce panini. Scelte, le solite (vedi panino cadozzo). Ripassa dal via e digerisci tra due settimane. Opzione due, Probabilità, siete fortunati: la proloco cucina. Ma diciamolo subito per i vegan-vegetariani o deboli di stomaco non c’è trippa per gatti. Menù tipico: pecora bollita con o senza fave. Varianti rare: agnello, cinghiale, pane con olio fritto. A volte la sagra è a pochi metri dal mare ma il menù è sempre di terra. Ci vorrebbe una missione internazionale di psicologi senza frontiere per capire il perché la Sardegna, isola nel Mediterraneo, conservi verso il pescato una ancestrale ritrosia. Gli onnivori ne usciranno felici: la qualità del cibo è ottima e i prezzi onestissimi (a volte capita di mangiare pure gratis).
Due parole sono obbligatorie anche per le cortes apertas, ultima mania perlopiù autunnale di aziende turistiche locali ed assessorati al turismo i qualsiasi dimensione. Qui il protagonista è il vino nuovo; per una modica cifre all inclusive (anche di bicchiere) potete avvinazzarvi di novello fino all’alba. Il cibo è un comprimario, una comparsata tra un calice mezzo pieno e uno stracolmo. E il nostre forestiero, sarà sazio, sarà ebbro? Di sicuro sarà stanco perché difficilmente troverà da sedersi. Qualsiasi sia il santo, qualsiasi sia l’opzione festaiola per desinare sono bandite panche e sedie. Si mangia in piedi e si balla a tre passi.
P.s. Nell’odierno mondo è bello ritrovar persone a far di conto con lapis e block notes, ma se le numerose persone che stanno davanti a voi vorrebbero saziarsi di prelibatezze in un tempo ragionevole, forse l’uso di una calcolatrice elettronica potrebbe aiutare a smaltire la fila.
vedi articolo nel suo contesto
Ci sono due tipologie di festa/sagra sarda: quelle dove il comitato organizzatore non fa da mangiare e quella dove lo fa. Di solito si festeggia un santo patrono, ma ci sono anche paesi che festeggiano il santo di riserva per festeggiare due volte. Si narra di piccole comunità che organizzano festeggiamenti nella propria piccola cittadina di un santo patrono di un paese attiguo. La prima tipologia demanda l’oneroso compito a terzi, non prima d’averci spiegato per filo e per segno (a volte persino mostrato) quanto sono buoni i loro piatti tipici e quanto sono bravi a cucinarli. Non fatevi illusioni però, a noi mortali non è dato assaggiare. Quindi chi allieterà lo stomaco del forestiero? Le opzioni sono di nuovo due. La prima è la più veloce e pericolosa: il “panino cadozzo” servito da camion omonimo. Trattasi di panino a tre gustose scelte, cavallo, salsiccia o pancetta con contorno di cipolla fritta. La digestione sarà la vostra personale via crucis. La seconda è apparentemente senza ruote, ma in realtà viaggia eccome. Proviene dal nuorese, almeno così sta scritto sull’insegna ed è il più grande assassino di maialetti da latte dell’universo, a giudicare dalla quantità arrostita al minuto secondo. Da lui troverete anche cordula (ovvero frattaglie ed interiora), ma in mezzo al poderoso fumo a volte fanno “bella mostra” di se anche dei muggini. Il pesce in realtà non lo prende nessuno, è li per par condicio. Il Trimalcione nuorese non è economicissimo e quando lo troverete per la sesta volta in sei posti diversi vi farete anche voi le prime domande sull’industrializzazione spinta dell’arrostitore folle. Per la digestione vedi sopra, ma se digerite i sassi nessun problema.
Altra storia se il comitato cucina ma anche qui le variabili si biforcano. Opzione uno (chiamiamola Imprevisti, come nel Monopoli): il comitato cucina panini, o meglio infarcisce panini. Scelte, le solite (vedi panino cadozzo). Ripassa dal via e digerisci tra due settimane. Opzione due, Probabilità, siete fortunati: la proloco cucina. Ma diciamolo subito per i vegan-vegetariani o deboli di stomaco non c’è trippa per gatti. Menù tipico: pecora bollita con o senza fave. Varianti rare: agnello, cinghiale, pane con olio fritto. A volte la sagra è a pochi metri dal mare ma il menù è sempre di terra. Ci vorrebbe una missione internazionale di psicologi senza frontiere per capire il perché la Sardegna, isola nel Mediterraneo, conservi verso il pescato una ancestrale ritrosia. Gli onnivori ne usciranno felici: la qualità del cibo è ottima e i prezzi onestissimi (a volte capita di mangiare pure gratis).
Due parole sono obbligatorie anche per le cortes apertas, ultima mania perlopiù autunnale di aziende turistiche locali ed assessorati al turismo i qualsiasi dimensione. Qui il protagonista è il vino nuovo; per una modica cifre all inclusive (anche di bicchiere) potete avvinazzarvi di novello fino all’alba. Il cibo è un comprimario, una comparsata tra un calice mezzo pieno e uno stracolmo. E il nostre forestiero, sarà sazio, sarà ebbro? Di sicuro sarà stanco perché difficilmente troverà da sedersi. Qualsiasi sia il santo, qualsiasi sia l’opzione festaiola per desinare sono bandite panche e sedie. Si mangia in piedi e si balla a tre passi.
P.s. Nell’odierno mondo è bello ritrovar persone a far di conto con lapis e block notes, ma se le numerose persone che stanno davanti a voi vorrebbero saziarsi di prelibatezze in un tempo ragionevole, forse l’uso di una calcolatrice elettronica potrebbe aiutare a smaltire la fila.
vedi articolo nel suo contesto
sabato 28 luglio 2012
Mangiare in Sardegna, trattorie e ristoranti ad Alghero e Sassari (da "il Fatto Quotidiano" del 20/07/12)
La città catalana ha un gruzzolo nascosto di vie strette, di muri
zuppi d’umido e di sale, che il lento inverno prepara all’asciugatura
dell’estate. Allora è la canicola che vince, quando la mamma del sole
inchioda i viandanti ciechi e li forza a strisciare lungo gli orli dei
muri: senza accorgersene capita di arrivare all’acciottolato di piazza
del teatro, che è già sera, e prender giù storditi per i gradini del Bisbe. Errore quanto mai felice! Sì, è vero che la cucina a vista
sparge i fumi delle cotture, anticipa la sorpresa degli odori e forse
li staglia fin troppo sulle ceramiche chiare, alla luce piena delle
lampade di barbuti designer milanesi. Ma la saletta
lunga nei pressi del bancone darà il sollievo della penombra e della
musica soffusa, e mani premurose offriranno qui sulle rustiche tovagliette di carta da macelleria, ricercatissime, la compagnia di una pasta con verdurelle appena scottate, insaporite di spezie
della macchia. Un calice o due di nerissimo rosso per un oblio sereno,
una vacanza leggera e finalmente paga di un riposo senza desideri.
Sembrerà strano, eppure anche per Alghero, Barcelloneta dell’isola, si leggono appunti di turisti malcontenti, a cui si crede e non si crede. Ma è bene darne testimonianza, perché l’insidia esiste, la tentazione davvero poco sarda di trattare l’0spite come un turista qualsiasi. Et voilà: Il nuovo Gourmand “da Bruno” (piazzale della Pace 39).
Alla pacciatòria si specchiano i volti estenuati dalla fila, gli occhi proni, ravananti tra le vaschette zincate, a brucare quel che affiora dai sughi del giorno; e facce eternamente stanche ti accompagnano il piattino di polistirene, mani sfinite ti seguono fino al termine del binario morto, a cavare il biglietto di carta termica dal registratore. Occhi bassi, fissi, dove si posano le stoviglie e i piedi; e per chi trova posto, occhi che guardano con sospetto, o che sogguardano le gigantografie allegoriche esposte a memorare la vanità dei sapori, ad allietare l’incauto appuntamento del pellegrino con i cibi. Meglio starsene fragili, appollaiati precari sul trampolino degli sgabelli alla vetrina. Allora il mare d’Alghero è una direzione lontana, futura, di là dell’immensa distesa della Pace: la piazza d’armi che ingoia i turisti del sedile, o gli sbarcati freschi d’aria condizionata, dalle pance degli autobus stranieri. – Eh, Bruno!? – Non si sa più se tu non sia che un nome: se mai sia esistito il Bruno o se, naufrago, ancora esisti e ti aggiri là di fuori, senza più riconoscere i pali storti della passeggiata Busquet né i fanali di Capo Caccia… Senza capire perché, tra i vassoietti impilati, lo spirito del zio Mac si gratta la bazza e sorride.
Per chi proprio (punto da medusa o da invincibile male delle folle rosolanti) senta il bisogno di un ritorno a terra, la cura porta a Sassari, in visita ossequiosa dalle parti dei giardini.
Si consiglia il viaggio col trenino a gasolio, un lento arrancare attraverso la Nurra riarsa, e poi una pencolante passeggiata a risalire verso la collina su cui sorge la città turritana, che rivela così l’altro lato dell’isola… La sassarese tempra è robusta, incline al rosso, e mai tirchia di porti il piatto colmo di dovizie tratte dal niente, miracoli della scarsità che a calzetta si rovescia in pletora, in splendore odoroso di terra e di costa. Qui tra le immemori trippe, nel ribollire di cordule e favate, non si spacciano scialbi souvenir: ma il nero sangue dell’asinello, e la mentuccia odorosa che screzia il culurgione, che scambieresti invano per il più dolce raviolo. Qui la Zia Forica (Corso Margherita di Savoia 39) spicca, contrafforte alle pendici di Elicona, musa ad un tempo e dea sovrana della memoria: e tu non saprai mai se ti ha preso prigioniero il sorriso che per un istante ti è parso balenare e che in famiglia ti accoglie – tu foresto, tu orfano di tutto: nudo da vestirti, famelico da riempirti il cavo della pancia. Non sai se è stata la gentilezza burbera con cui ti enumerano by heart i piatti ricordo d’una tradizione di millant’anni e rotti; se è la voce dolente, il fondo scuro delle occhiaie, il grigio dei capelli che portano senza timori. O se di là, nelle cucine nascoste, davvero cuociono ancora pezzetti amorosi e sanguigni, per imbandire all’ospite accolto non lumachine ma tocchelli di cuore.
vedi l'articolo nel suo contesto
Sembrerà strano, eppure anche per Alghero, Barcelloneta dell’isola, si leggono appunti di turisti malcontenti, a cui si crede e non si crede. Ma è bene darne testimonianza, perché l’insidia esiste, la tentazione davvero poco sarda di trattare l’0spite come un turista qualsiasi. Et voilà: Il nuovo Gourmand “da Bruno” (piazzale della Pace 39).
Alla pacciatòria si specchiano i volti estenuati dalla fila, gli occhi proni, ravananti tra le vaschette zincate, a brucare quel che affiora dai sughi del giorno; e facce eternamente stanche ti accompagnano il piattino di polistirene, mani sfinite ti seguono fino al termine del binario morto, a cavare il biglietto di carta termica dal registratore. Occhi bassi, fissi, dove si posano le stoviglie e i piedi; e per chi trova posto, occhi che guardano con sospetto, o che sogguardano le gigantografie allegoriche esposte a memorare la vanità dei sapori, ad allietare l’incauto appuntamento del pellegrino con i cibi. Meglio starsene fragili, appollaiati precari sul trampolino degli sgabelli alla vetrina. Allora il mare d’Alghero è una direzione lontana, futura, di là dell’immensa distesa della Pace: la piazza d’armi che ingoia i turisti del sedile, o gli sbarcati freschi d’aria condizionata, dalle pance degli autobus stranieri. – Eh, Bruno!? – Non si sa più se tu non sia che un nome: se mai sia esistito il Bruno o se, naufrago, ancora esisti e ti aggiri là di fuori, senza più riconoscere i pali storti della passeggiata Busquet né i fanali di Capo Caccia… Senza capire perché, tra i vassoietti impilati, lo spirito del zio Mac si gratta la bazza e sorride.
Per chi proprio (punto da medusa o da invincibile male delle folle rosolanti) senta il bisogno di un ritorno a terra, la cura porta a Sassari, in visita ossequiosa dalle parti dei giardini.
Si consiglia il viaggio col trenino a gasolio, un lento arrancare attraverso la Nurra riarsa, e poi una pencolante passeggiata a risalire verso la collina su cui sorge la città turritana, che rivela così l’altro lato dell’isola… La sassarese tempra è robusta, incline al rosso, e mai tirchia di porti il piatto colmo di dovizie tratte dal niente, miracoli della scarsità che a calzetta si rovescia in pletora, in splendore odoroso di terra e di costa. Qui tra le immemori trippe, nel ribollire di cordule e favate, non si spacciano scialbi souvenir: ma il nero sangue dell’asinello, e la mentuccia odorosa che screzia il culurgione, che scambieresti invano per il più dolce raviolo. Qui la Zia Forica (Corso Margherita di Savoia 39) spicca, contrafforte alle pendici di Elicona, musa ad un tempo e dea sovrana della memoria: e tu non saprai mai se ti ha preso prigioniero il sorriso che per un istante ti è parso balenare e che in famiglia ti accoglie – tu foresto, tu orfano di tutto: nudo da vestirti, famelico da riempirti il cavo della pancia. Non sai se è stata la gentilezza burbera con cui ti enumerano by heart i piatti ricordo d’una tradizione di millant’anni e rotti; se è la voce dolente, il fondo scuro delle occhiaie, il grigio dei capelli che portano senza timori. O se di là, nelle cucine nascoste, davvero cuociono ancora pezzetti amorosi e sanguigni, per imbandire all’ospite accolto non lumachine ma tocchelli di cuore.
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martedì 24 luglio 2012
L'anti-Riviera del corallo (da "il Fatto Quotidiano" del 16/07/12)
Come
in libro di saggistica, anche la città di Alghero
ha un sottotitolo: Riviera del corallo.
Solo che di corallo vivo non ce n'è più. Di vivo in questo anfratto
urbano con i piedi a mollo nel Mediterraneo c'è rimasto poco. Strano
destino quello del Nord Ovest della Sardegna, descriviamolo in un
ballo a tre passi: scatto fulminate che precede di poco la Costa
Smeralda; ben presto però si
fa raggiungere da questa; infine il destino vuole che si faccia
superare e umiliare. Meglio così se non fosse che anche nel poco la
ricetta è sempre e comunque fare le cose male. Torneremo a scrivere
della piccola Barcellona sarda, per ora, volendone parlare bene, ci
allontaniamo di pochi chilometri. I primi dieci servono per
raggiungere un paesino senza mare e ingrassato da case economiche per
proletariato algherese in fuga: Olmedo.
Il nostro primo rifugio culinario si chiama Desideria.
“Ciù post is mel che uàn”, diceva
il poeta bagnante. In questo caso “uàn” sta per il bar, “ciù”
per il ristorante: si entra dal
primo per convergere sul secondo. Poi per continuare, si ordina il
primo, oppure la pizza e si passa al secondo. Lo diciamo subito: da
provare le patate fritte, segni inconfondibili ci fanno pensare che
siano tagliate a mano (una rarità in Sardegna). Cucina generalista
(dalla camionista puttanesca alla borghesissima spigola) abbondante,
fresca e ben cucinata. Una simpatia verace nel servirla, merce rara
nella Riviera di cui prima. Ma appunto qui siamo, per fortuna, ad
Olmedo, lontani una inezia da Alghero. Interessanti piatti composti,
menù tematici, pizze davvero buone, completano l'orchestra. Peccato
per la televisione sempre accesa, ingombrante e chiassosa padrona di
casa.
Seconda
gita. A dieci chilometri da Olmedo e venti da Alghero c'è il paese
campagnolo di Uri.
Cerchiamo il ristorante di Ciù Mario.
Ancora un “ciù”, perdonateci, ma questo si traduce in zio. Uri è
famosa per i carciofi e per il ristorante di zio Mario, che però
cucina pesce. Mario però non l'abbiamo mai visto, la gestione è
rigorosamente sarda ovvero matriarcale. La discesa è da brivido, la
rampa che ci conduce all'interno è per automobili, il locale infatti
non è dissimile ad un parcheggio coperto. Noi però siamo cercatori
di sostanza, sian qui per riempirci (bene) la panza di paranza e non
badiamo a simili inezie. Facciamo bene, perché se abbiamo prenotato,
anche solo mezz'ora prima, ci troviamo un ricchissimo antipasto di
mare già in tavola. A quel punto possiamo solo proseguire: con i
primi di scoglio e con i secondi di lenza. Mirto offerto dalla casa.
Non cercate i dolci è sotto forma di packaging
industriale. D'estate si può cenare anche fuori dal...“garage”.
Terza
tappa, trenta chilometri da Alghero: Montresta,
ovvero alla ricerca
dell'oro nero. Nel bar della piazzetta in salita, nel banco frigo, in
basso a sinistra della barista, si cela un tesoro inaspettato:
bottigliette a piede libero di chinotto Neri a 1,80 euros al collo.
Se non le avessimo portate di persona alle nostre labbra mai
c'avremmo creduto. Il nostro consiglio è presentarsi a Montresta in
4 (più eventuali riserve), occupare il calcio da tavolo (nota bene:
si gioca gratis) sfidarsi per una buona mezz'ora ed infine
sorseggiare l'antico liquido nero. p.s. Per noi, con il chinotto
Neri, in Sardegna, è il primo incontro. Ad ogni modo per i
continentali non feticisti c'è pure dell'ottimo prosecco d.o.c. In
serata il bar si apre in pizzeria e su prenotazione anche in
ristorante. È d'obbligo ordinare la famosa pasta (fatta in casa)
montrestina "Sos Pipiriolos”.
Purtroppo né nel bancone, né nelle vetrinette del bar compare il
leggendario pane
bistoccu di Montresta
(grande orgoglio del Sindaco!). Ma chiedetelo e vi sarà dato.
P.s. Per ritornare
ad Alghero, fate la litoranea c'è da scommetterci che vi
piacerà.
venerdì 13 luglio 2012
Pescemania, ovvero la Boqueria
Bateson dice che, escludendo l'istinto,
le abitudini si apprendono sempre due volte. Prima si conosce il
funzionamento di qualcosa, poi, esercitandosi e sperimentando, ci si
abitua a ripeterlo.
Istintivamente noti la Boqueria verso l'ora di pranzo quando avverti un inspiegabile odore di frittura intorno a te. Ti guardi intorno con attenzione e finalmente scorgi un cartello fuori dal mercato del pesce. Ti ci avvicini e vedi della gente che non ha l'aria da casalinga entrare o uscire da lì, chiacchierando tra amici. In quel momento capisci che il tuo istinto non mentiva.
Istintivamente noti la Boqueria verso l'ora di pranzo quando avverti un inspiegabile odore di frittura intorno a te. Ti guardi intorno con attenzione e finalmente scorgi un cartello fuori dal mercato del pesce. Ti ci avvicini e vedi della gente che non ha l'aria da casalinga entrare o uscire da lì, chiacchierando tra amici. In quel momento capisci che il tuo istinto non mentiva.
Poi scatta l'abitudine.
Fin dalla prima volta è bene imparare
a separare l'aspetto da friggitoria rustica dalla realtà
malcelatamente fighetta del locale. Si deve capire che i pescioni
freschi che ti guardano e le ostriche che ti naccherano al ritmo
dell'acquolina in bocca non hanno affatto lo stesso prezzo del banco
del pesce alle tue spalle. Mentre aspetti un tavolo nell'ora di
punta, tra i morsi dell'appetito, devi esercitarti a stare a tuo agio
tra gli echi del mercato, incantonato sul tuo tavolino, a debita
distanza da felpe fintoluride col cappuccio e completi di Armani:
un'esperienza da provare!
Se la freschezza e la bontà non hanno prezzo, mai questa massima fu più vera alla Boqueria dove, a parte il piatto fisso di frittura, non esiste prezzo esposto. Ogni abitudine, infatti ha degli imprevisti. E qui resta oscuro il meccanismo di formazione del conto. Al punto che se pure impari a scegliere in modo eurocompatibile e prendi il vizio di coccolarti ogni tanto con una deliziosa triglia arrosto o un turgido polpo, lo farai comunque rischiando di dar fondo ai biglietti nel portafogli! Che dipenda da chi fa le somme? Non si sa..
Rien ne va plus, les jeux sont faits! (lux)
Bonus: La clientela è così varia e l'ambiente così dispersivo che nessuno farà mai caso a te
Malus: Vino in bottiglia da gioielleria!
Voti della Palmanana
Ambiente: 6,5
Servizio: 6
Cucina: 7,5
Ristorante Boqueria, via Cagliare 13, Alghero
Se la freschezza e la bontà non hanno prezzo, mai questa massima fu più vera alla Boqueria dove, a parte il piatto fisso di frittura, non esiste prezzo esposto. Ogni abitudine, infatti ha degli imprevisti. E qui resta oscuro il meccanismo di formazione del conto. Al punto che se pure impari a scegliere in modo eurocompatibile e prendi il vizio di coccolarti ogni tanto con una deliziosa triglia arrosto o un turgido polpo, lo farai comunque rischiando di dar fondo ai biglietti nel portafogli! Che dipenda da chi fa le somme? Non si sa..
Rien ne va plus, les jeux sont faits! (lux)
Bonus: La clientela è così varia e l'ambiente così dispersivo che nessuno farà mai caso a te
Malus: Vino in bottiglia da gioielleria!
Voti della Palmanana
Ambiente: 6,5
Servizio: 6
Cucina: 7,5
Ristorante Boqueria, via Cagliare 13, Alghero
lunedì 2 luglio 2012
Dai diamanti non nasce niente dal corallo nascono le perle. Bar la perla
Ad Alghero ci sono tanti bar e pochi
baristi. È un dato di fatto e la certezza la si ha quando se ne
incontra uno vero. I veri professionisti sono lontano dallo struscio,
fuori dalle rotte dei turisti. I veri baristi eseguono movimenti
ragionati, non hanno mai fretta, aspettano il prossimo avventore con
una attesa che può protrarsi per ore. I veri baristi sono dei
collezionisti del tempo. Il bar è per loro sia tempio che sacrestia.
Non è importante che sia pieno o vuoto, bello o brutto, fondamentale
per il barista è esserci dentro e governarne l'apertura. La gestione
del bar di viale Sardegna non fa difetto ed è accompagnata da un
pacifico plateatico che si affaccia su una larghissima highway a
bassissimo scorrimento dal grande fascino di periferia maledetta. In
vetrina troneggia il segnale:”al Mercoledì non si fa servizio ai
tavoli”. C'è il mercato rionale, segno che la pazienza, solo per
quella mattina deve essere praticata, almeno un po', anche dal
cliente.
Bonus: non c'è la televisione e la
sedie sono uguali uguali a quelle del caffè Quadri in piazza San Marco
a Venezia.
Malus: il Mercoledì
Voti della palmanana
Servizio 8
Ambiente 8
Bar la perla, viale Sardegna n.80,
Alghero
martedì 12 giugno 2012
Ciù post is mel che uàn. Uàn il bar. Ciù il ristorante. Olmedo
Si entra dal primo per convergere sul
secondo. Poi per continuare, si ordina il primo, oppure la pizza e si
passa al secondo. Lo diciamo subito: da provare le patate fritte,
segni inconfondibili ci fanno pensare che siano tagliate a mano (una
rarità in Sardegna). Cucina generalista (dalla camionista puttanesca
alla borghesissima spigola) abbondante, fresca e ben cucinata. Una
simpatia verace nel servirla, merce rara nella Riviera del corallo.
Ma appunto qui siamo, per fortuna, ad Olmedo, lontani ben 11,7
chilometri da Alghero (una inezia). Interessanti piatti composti,
menù tematici e pizze davvero buone completano l'orchestra.
Bonus: i dolci e i mirti fatti in casa
e la cortesia mai affrettata
Malus: la sempre accesa televisione,
ingombrante e chiassosa padrona di casa.
Voti della palmanana
Voti della palmanana
Cucina 7,5
Servizio: 8
Ambiente: 6,5
Ristorante Pizzeria Desideria, via Eleonora d'Arborea 17, Olmedo (SS)
Ristorante Pizzeria Desideria, via Eleonora d'Arborea 17, Olmedo (SS)
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