martedì 11 marzo 2014

Herman Medrano, il rapper di provincia che racconta il suo Veneto

Da Dolo, 15mila anime in provincia di Venezia, ai palchi di mezza Italia grazie all'hip hop. Intervista a Ermanno Menegazzo, che da oltre vent'anni racconta (in rima) quello che vede.

Herman Medrano è figlio delle posse. Quando queste hanno smesso di suonare Herman si è messo a scrivere e cantare. Una produzione enorme, enciclopedica, di versi in rima, di canzoni lunghissime che chissà come riesce a ricordare in esibizioni che durano anche più di due ore. A ritmo di rap Medrano descrive il mondo. Lo fa con attenzione e spesso in maniera critica, non dimenticando l’ironia e la satira. Le parole, gli scioglilingua (che inibirebbero chiunque) parlano e partono dal Veneto per arrivare ad una lucida descrizione di un’Italia popolata di mostri e mostriciattoli; i nostri vicini di casa che Herman ci aiuta a comprendere meglio di chiunque altro. Medrano si accompagna musicalmente ai Groovy Monkeys, che aggiungono alla mitragliata rap un sound più caldo che sostituisce le basi campionate degli inizi. Iniziamo questa intervista a Herman chiedendogli di parlare delle trasformazioni del suo Veneto, partendo dagli anni ottanta. Gli anni di Felice Maniero, dei schei, del PIL in salita, del miracolo del nord est. Gli anni dove tutto ebbe inizio.
Che rimane di quel boom economico dalle vostre parti?
Parlerei di miracolo solo per un motivo: nessuno vuole vedere fra le pieghe per paura di trovare del marcio. Il Veneto non è più la “balena bianca” serbatoio di voti, è una balena “azzurra e verde”. Molti riducono il Veneto alla figura dell’imprenditore ossessionato solo da “i schei”, quando in realtà sono più assillati dal denaro i dipendenti che desiderano emulare i loro eroi col macchinone e la moglie sempre gran fica. Non c’è stato nessun miracolo culturale e non me lo aspetto per il futuro prossimo, ma è indiscutibile sia terra di conquista per chi ha abilità finanziarie e conoscenze di alto livello. Lo dimostrano le inchieste recenti e passate sulle connessioni politico-affaristiche per dividersi fette di appalti pubblici o per proporre mega-opere in finanza di progetto. Project financing! Facile no, lo faccio anch’io l’imprenditore pagando con i soldi degli altri! Quindi, strade, autostrade e trafori in deroga a tutte le regole, o proposte di centri commerciali inutili come Veneto City, tutto sulla pelle dei cittadini. Per questi personaggi il boom economico non è mai finito. Per tutti gli altri si continua a vivere nell’illusione che arrivi qualche briciola, riempiendosi momentaneamente la bocca di slogan più o meno folkloristici mutuati dalla politica.
Passante di Mestre, Mose, Veneto City, ovvero le grandi trasformazioni infrastrutturali in essere e in divenire da una parte. Dall’altra e contemporaneamente nei piccoli paesi e nella campagna urbanizzata si tenta di vivere ancora come un tempo, il piccolo bar con i tavoli nella strada, i campi, gli orti, le galline oltre il cancello e la sagra del paese. Secondo te queste sono “sacche di resistenza” o solo uno modo di vivere che presto scomparirà?
E’ un modo di vivere che non sparirà affatto. Ricordate il “ragazzo della via Gluck”, nel 1966 sembrava che il mondo stesse irrimediabilmente andando verso quel futuro. In parte è stato così, ed in parte no. Non si tratta di essere dei fuori di testa, ma continuare a coltivare la terra e alimentarsi con i frutti del proprio lavoro non potrà mai venir soppiantato da nessun surrogato industriale preconfezionato. La convivialità e il trovarsi, che sia nei bar o nelle feste di piazza, nelle osterie o a cena a casa di amici non si può sostituire con un social network, per quanto affascinante e moderno possa sembrare. Qui nessun è contrario a priori alle infrastrutture, bisogna però ragionare sulla sostenibilità del territorio, sulle ricadute dei costi e dei benefici reali e non sulle proiezioni di chi le propone. Purtroppo gli amministratori locali sono poco lungimiranti e abbagliati dai mega progetti prendono spesso fischi per fiaschi, oltre al fatto che le potentissime lobby del cemento e asfalto hanno altissima capacità persuasive sulla politica. Il Veneto come ogni altra regione necessiterebbe di partecipazione attiva dei cittadini, un po’ meno intorpidimento televisivo e un po’ più di interessamento per la vita della comunità dove si vive.
Qual è la qualità della vita nel Veneto? Anche alla luce delle storiche persistenze che elenchi (l’osteria, la festa di paese, el goto de vin).
La risposta non può essere univoca, sarebbe molto relativa, il mio è solo un punto di vista personale differente dagli altri quasi 5 milioni. Diciamo che se usiamo come parametro il lavoro, il PIL, il risparmio, le auto vendute e altri parametri economici usuali la tendenza è come il resto d’Italia, in caduta libera. Sono dati sicuramente importanti ma non fanno la qualità della vita. Io cambio auto quando si rompe e non ogni anno, i miei risparmi li spendo in viaggi, musica e libri, ed il fatto che consumi certi prodotti invece di altri non mi fa rientrare nelle statistiche, e come me ce ne sono sempre di più. Chi passa una serata con gli amici in compagnia senza spendere denaro starà sicuramente meglio, ma non è misurabile da nessun indicatore economico. Se misuriamo la qualità della vita con parametri legati alla partecipazione alla vita sociale, per quello che vedo io non siamo messi così male. Ancora ci si trova per chiacchierare, bere una/due birre in compagnia e ascoltarsi, vedere spettacoli, discutere dei propri problemi. Sono cose di non poco conto, che saldano le persone e le arricchiscono più del conto in banca o dell’auto nuova. Credo che le generazioni che crescono ora abbiano il senso di trovarsi in luoghi non abbandonati, circondati da persone con buona volontà che si curano di quel che gli è vicino. Sono sensazioni che accrescono il senso di benessere e spesso rendono gli abitanti di queste terre fieri di farne parte.
C’è ancora una ricerca al gusto, ai sapori, magari forti, magari unti, a partire dalla tua generazione e da quelle che seguono?
Credo sia legato al tipo di esperienze culinarie che si ricercano, ultimamente vedo in ascesa l’etnico e l’esotico, nonché il cibo economico di strada. I ragazzi sono sperimentatori, si sa che a volte esagerano, e il panino con 24 ingredienti consumato di notte a lato strada diventa consuetudine, creando problemi di salute. La cucina veneta era originalmente povera e a base di prodotti dei campi, non certo insaccati e formaggi, cose un tempo decisamente da ricchi. Quando vedo trattorie di lusso che la propongono come cucina d’elite mi prende un certo nervoso. Per finire, cosa sacra e inviolabile é il vino, che meriterebbe un articolo al giorno per spiegare quale rapporto si sia sviluppato con esso nel tempo. Inutile dire che le pubblicità qui hanno vita dura, non ci possono convincere a consumare intrugli dai brick di cartone.
Herman, chi è SUPEREBETE (la tua nuova canzone con Caparezza)?
Il SUPEREBETE è quel supereroe che ci parla da dentro, che ci consiglia e ci induce a fare scelte di fronte a delle situazioni, scelte che hanno poi delle ripercussioni sulla nostra vita. Il classico esempio, sei di fronte ad un prodotto e senti dentro di te quella vocina che ti dice: compralo, svelto, non farti sfuggire l’occasione, dai… fallo! Ma anche quella che ti dice di atteggiarti a gran conoscitore del prodotto stesso, quando devi commentare un vino e non ti accontenti di dire che è buono, ma ci costruisci sopra la storia del viaggio sensoriale più assurdo che ti faccia sembrare un gran esperto (e magari era vino del tetrapack). SUPEREBETE non è un qualcuno di separato da noi, ma vive in simbiosi con noi e troppo spesso prende il controllo della situazione portandoci verso la strada che chiunque direbbe la più stupida. L’intero album NOSECONOSSEMO è strutturato sulla mancanza di conoscenza: di noi stessi, degli altri, del mondo che ci circonda, della nostra storia e del nostro territorio. E molto spesso non conosciamo ed educhiamo a sufficienza il gusto!

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domenica 8 dicembre 2013

Los Massadores, dal Veneto la band che punta su dialetto e tradizioni

Un gruppo musicale di nove elementi che non trascura nessun genere musicale e si esibisce alle sagre di paese fra scenografie teatrali, travestimenti e conversazioni surreali con il pubblico

Siamo certi che nessun altro gruppo musicale si possa vantare, come accade ai Los Massadores, di riempire tendoni da sagra un lunedì qualunque o un mercoledì qualsiasi. Il fenomeno Los è veneto ma presto ne valicherà i confini. Alle performance canore del gruppo accorrono tutti, dai super vecchi ai super giovani. Tutti riuniti intorno ad una messa in scena in cui si riconoscono. Gli ingredienti sono semplici: ruralità, dialetto, tradizione e una grande attenzione a tutto ciò che modifica i parametri precedenti.
Folk, pop, rock, salsa: nessun genere viene escluso, così come gli strumenti musicali, anche perché a suonarli sono in nove. Il palco diventa presto un teatro, sia per l’utilizzo di scenografie e travestimenti, sia per le comiche e surreali conversazioni tra i cantanti e il loro affezionatissimo pubblico. Uno show che dura non meno di due ore, senza dubbio partecipate: tutti conoscono i testi delle canzoni. I Los Massadores contendono i palchi ai professionisti musicali delle feste campagnole, a quei figli e nipoti dei “Casadei” che faticano a rinnovarsi, nonché a tutte le stoppose coverband di cui non se ne può decisamente più. Il terreno “naturale” dei Los sono le sagre, intitolate agli asparagi, ai piselli, alle fragole. La prima domanda perciò non può non partire da qui. La sagra veneta ha tradizioni antiche ma oramai è tutta informatizzata, un terminale elettronico collegato alla cucina ed ad un display ci dice istantaneamente a che punto è la nostra comanda.
Secondo voi il computer sostituirà la frittura mista con polenta?E’ uno scenario poco probabile ma non impossibile: l’avvento dell’ADSL ha sconvolto l’equilibrio delle feste paesane creatosi negli anni e la frittura mista, pur rimanendo un piatto sacro della tradizione sagristica (per questo motivo viene spesso chiamata “frittura mistica”), sta indubbiamente pagando lo scotto della sua arretratezza tecnologica, per cui la sua connessione, paragonata a quella del computer, risulta sempre un “po-lenta”… Per sua fortuna, al momento, il pdf risulta ancora un formato poco adatto per i calamari… La vera questione, però, è un’altra: riusciranno i bovoeti a sopravvivere a Twitter?
Nel 1977 Alan Sorrenti cantava “figli delle stelle”, oggi nel 2013 si può affermare che i Los Massadores sono “figli delle stalle”?Purtroppo solo alcuni di noi possono vantare radici rurali e contadine, la maggior parte discende dalle generazioni già “industrializzate” del boom economico. Stiamo tuttavia cercando di intraprendere un cammino di redenzione rurale, una “Stall-way to heaven” che ci permetta di sfruttare appieno le nostre potenzialità agricole e infine “di uscire a riveder le stalle”.
Nei vostri testi si fa spesso riferimento ai grandi classici della cucina veneta. Secondo voi c’è un ritorno alle tradizioni culinarie o i “quattro salti in padella” hanno oramai conquistato anche le tavole dei “campagnoli”? Stiamo innegabilmente vivendo una “moda gastronomica”, pompata dalla miriade di programmi culinari che passano in TV, primo fra tutti Masterchef. Abbiamo visto persone di ogni tipo gridare con accento americano: “Questo musetto è una vergogna!” e lanciare il piatto verso il cuoco! Per non parlare poi del biologico, del macrobiotico, del cattolico, apostolico, romano… Nel nostro piccolo, comunque, cerchiamo di cavalcare questa tendenza: nelle prossime settimane, insieme al nostro caro amico Paul McCartney, in Italia per il concerto all’Arena, organizzeremo una giornata di degustazione, studi, seminari su uno dei piatti più importanti della nostra tradizione, le trippe. La manifestazione si chiamerà “Day Tripper”.
Ognuno di voi vive in un posto diverso, fra Asolo, il Grappa, Treviso e Castelfranco in pratica rappresentate l’essenza della campagna metropolitana. Terra e capanon. Cosa vi accomuna oltre al prosecco e il radicchio tardivo? Ci accomuna una non comune bellezza fisica, che spesso, però, diventa per noi un limite, un’etichetta. Il fatto di essere considerati la risposta veneta agli One Direction e di essere nati in una zona fortemente dedita alla zootecnia ci ha fatto guadagnare l’appellativo di Buoi-band… Bellezza a parte, si può tranquillamente affermare che il non-possesso di un San Bernardo, il fatto di non aver mai visitato Kampala, Kigali e Bujumbura e la non-parentela di sangue con Alcide De Gasperi rappresentino degli importanti tratti comuni ai membri del gruppo.
Il grande Jannacci cantava “la televisiun, la t’indormensa c’un coiun”. Vi va dato merito che il vostro show è un ottimo antidoto alle serate davanti alla TV e così le varie sagre paesane con voi o senza di voi. Riusciremo un giorno a liberarci del tubo catodico? La televisione non è un male assoluto, rimane ancora il mezzo comunicativo più importante e più influente, ma va fruita in maniera critica e partecipata: spegnerla ed uscire di casa è talvolta la maniera più intelligente per farlo. Passare una serata ad una sagra paesana, ad esempio, ti dà la possibilità di entrare in contatto con il microcosmo dei suoi frequentatori abituali, un sottobosco di umanità varie ed eventuali che rappresenta senza dubbio una ghiotta occasione per antropologi e sociologi: c’è l’uomo in divisa estiva “canotta/bermuda/infradito” accompagnato da signora cotonata e fasciata in un improbabile vestito da sera, ci sono attempati danseurs pronti a librarsi sulle note di polke e mazurke e sul borotalco delle piste da ballo, ci sono le siore con il classico “golfeto” sulle spalle incuranti dell’afa estiva, il palestrato macho che esibisce la propria prestanza fisica al punch-ball, giovani coppie che amoreggiano ai bordi della pista degli autoscontri sulle note di raffinatissima musica dance, in pratica uno spaccato sociale e culturale degno della miglior puntata di Studio Aperto!
Le fissazioni politiche venete sembrano finalmente in crisi. Dal bianco fiore si è passati al verde lega come al ristorante si passa dal primo al secondo piatto. Che futuro augurate al Veneto, in particolare a quello rurale?
La nostra speranza è che il Veneto, dopo un primo “bianco” ed un secondo “verde”, non sia già arrivato alla frutta… ma si possa quantomeno gustare il dessert, a prescindere dal suo “colore”: un dessert in cui la partecipazione della gente alla vita politica sia l’ingrediente principale. Al Veneto rurale invece, auguriamo di sapersi evolvere e trovare una dimensione che gli permetta di continuare a vivere e non di sopravvivere ancorato ad un’idea romantica e spesso travisata, ad un’ideale Veneto felix che forse non è mai esistito.

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martedì 12 novembre 2013

Piccolo tour Sassari to/from Morocco: la Caffetteria di Latifa


In fondo al corso, ma molto in basso, c'è una Caffetteria. Che a chiamarla così le si fa un torto perché è un piccolo angolo di Marocco dove una timida donna ti verserà il tè accompagnandolo con dolci crêpes al miele o sfamerà la brama del pranzo con kebab e altri succulenti piatti della sua terra. Se rispetterai la sola legge locale affissa dentro, fuori e tutto intorno, “Niente alcolici”, potrai sedere fra cuscini coi colori sacri dell'islam ed i quadri ti porteranno in Africa per il tempo del tuo viaggio culinario. Sentirai parlare arabo in tv, avrai compagni di avventura italo-sardo-migrantiafricanienon. L'illusione del melting pot con la piadina in bocca e la Coca-cola in mano.
La Caffetteria di Latifa è un piccolo miracolo inaspettato. Quello di una donna-immigrata-marocchina-imprenditrice. Fuori dagli stereotipi e oltre le statistiche. La protegge una piccola scudiera che prende le comande senza possibilità di varianti. Perché questa è la cucina del Marocco. Perché questa è la sua mamma ed è perfetta così com'è. Ha vinto. O sono tutti vincitori, anche i viaggiatori del gusto astemi da sempre o per il tempo del tour. (Angel-lù)

*Puoi visitarla virtualmente anche su facebook (con quella T in meno che non sarà rimproverata alla creatrice-di sua spontanea iniziativa- della pagina: la combattiva scudiera)
Bonus: il cibo, anche quello che non ti aspetti. Fatima propone piatti extra-menù e la scudiera non ha nulla in contrario.
Malus: (per lei) la posizione = il basso-corso è poco frequentato dai sassaresi "in" . Unici clienti i sassaresi "in ciabi" e le new entry dal mondo. Ciò si potrebbe tradurre in un Bonus (a seconda dei gusti).
Malus malus: la mancanza di alcolici per chi ci tiene davvero tanto.
Voti della Palmanana
Ambiente: 7,5
Servizio: 8,5

Sassari, Corso Vittorio Emanuele n. 135

lunedì 7 ottobre 2013

Gottardo Project: quando il rock si sposa coi sapori della tradizione veneta

Una chiacchierata con il leader della band Alberto Gottardo, che accosta brani musicali con la cultura della campagna e il piacere della buona tavola. Il gruppo mescola generi diversi, dalla dance all'elettronica, e suona canzoni i cui testi sono scritti in dialetto imbarbarito dall'inglese.

In bilico tra avanguardia e tradizione il gruppo musicale Gottardo Project mescola generi diversi, spaziando tra la dance, il rock, l’elettronica e molto altro. I testi sono in un dialetto veneto spurio, imbarbarito dall’inglese e da antiche filastrocche. Ogni canzone è un tema fintamente non serio e in questo ci ricordano gli Skiantos. Credighe ai ufo, l’ultimo cd, è un “concept album” dedicato a quello stranissimo genius loci che sta tra terra e mare, tra Padova e Venezia, tra Detroit e Camponogara. Ai loro concerti si balla a ritmi subtropicali, però prima, dopo e durante si mangia e si beve. Rivolgiamo ad Alberto Gottardo, “frontman” della band, alcune domande.
Si ha la sensazione che i gusti e i sapori nelle vostre umide terre non siano cambiati poi più di tanto nemmeno tra le giovani generazioni. La pasta e fagioli è ancora un valore per tutti in cui riconoscersi? I valori culinari della campagna veneta sono da sempre, a mio parere, una parte fondamentale del nostro modo di vivere. Infatti per mangiare una ottima pasta e fagioli, io ho una soluzione personale: fare uno squillo alla nonna… e vado sul sicuro. Il moltiplicarsi di trattorie tipiche conferma l’interesse nel ritrovare gli antichi sapori, tuttavia noto che le “next generation” non hanno molto interesse nell’apprendere le tradizioni di cucina tipiche della nostra zona. Io invece sono un grande “fan” della carne lessa ovviamente condita con una valanga di cren che non è altro che la salsa wasabi veneta. Mia nonna dice sempre: “Inutile girare el mondo se no te conossi e to raise, prima o dopo te caschi in tera”.
C’è quindi il rischio che il tuo (giovane) pubblico conosca a memoria le tue canzoni e poi vada a mangiare da McDonald’s? Ma da Mcdonald’s, al messicano o meglio ancora al sushi ci vado anch’io, ci mancherebbe. “Penso solo che se te spetti che to morosa te prepara el risotto de carletti a vedo dura”. Purtroppo la vita di tutti i giorni non lascia molto tempo alla preparazione dei pranzi e delle cene. Si vive molto di fretta e spesso si mangia qualcosa “su e via”. È vero anche che i giovani frequentano sì i fast food, i lounge bar e i locali etnici ma, specialmente qui da noi, è ancora molto attuale “el giro dei bacari” con i “spuncetti” abbinati all’aperitivo. In fondo queste sono vecchie usanze mai dimenticate. Il segreto è essere sempre attenti alle nuove tendenze (c’è sempre da imparare) senza mai perdere le tradizioni.
I tuoi testi non affrontano temi politici però non si sottraggono al confronto con la società e il territorio, cosa si dovrebbe fare secondo te per migliorare questa confusa pianura agricolo-industriale? Secondo me la parola chiave è umiltà. Se nei nostri paesi si vive nel benessere, lo si deve a chi prima di noi ha costruito tutto ciò lavorando umilmente e con tanti sacrifici ,sporcandosi le mani e imprecando in dialetto tutti i giorni. I nostri nonni e genitori non erano colti ma ricchi di umiltà e senso del dovere. Adesso mi pare che tutti si sentano “manager” e nessuno voglia fare sacrifici e credere in un progetto e portarlo avanti. Al giorno d’oggi la preparazione scolastica ed il livello culturale è molto aumentato, ora tutti “parla in italian e tutti ga studià” ma pochi hanno voglia di mettersi in gioco. Se mixiamo però le due cose: la tenacia “dei veci” e la preparazione dei giovani, non sarà difficile costruire qualcosa di buono. Penso sia come per il cibo, bisogna mescolare le nuove idee e risorse, con la volontà di fare tipica della nostra terra.
Una classifica dei tuoi piatti preferiti da abbinare con dei classici del rock and roll o comunque con i brani a cui tenete di più e che più hanno influenzato la vostra musica?Al terzo posto i “folpetti” con olio, aglio e prezzemolo da mangiare nei chioschi con una bicchiere di bianco. Gli abbinerei Stupendo del nostro amico Vasco. Al secondo posto la mitica carne lessa col cren e vino rosso. La associo al Bruce Springsteen di Born in the U.S.A. Perche mi ricorda troppo le nostre origini contadine. Al primo posto indiscusso “poenta e ossetti” col rabosello o il cabernet della sagra de Premaore di Camponogara. La abbinerei a Che Coss’E’ L’Amor di Vinicio Capossela. Perché sono sicuramente quelle le atmosfere di cui sono innamorato.
Voi viaggiate molto, come si mangia in tour? Torniamo questa settimana dalla Valpolicella, un trionfo. L’accoglienza che ci riservano nei locali e nei festival è sempre stupenda, ci saziano con panini farciti, grigliate ma anche cene succulente.

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venerdì 13 settembre 2013

Mangiare in trattoria: le prelibatezze della campagna veneziana

Nell'entroterra si pranza come in città, però molto meglio e a prezzi onestissimi. Nei campi è stata ricreata la sua fisicità, che si ritrova sulle tovaglie a quadri delle osterie e tra i fornelli di rustiche cucine. Ecco le nostre sei proposte.

A metà strada tra Venezia e Padova è tracciato da millenni, nel terreno, il Graticolato Romano. Mantenendo rigorosamente la regola di girare ogni volta di novanta gradi, per il Graticolato si può andare: sopra, sotto, a sinistra, a destra, un po’ a casaccio e senza meta solo ed esclusivamente per osservare paesaggi.
Guardando fra nuvole e granturco si scoprono “i petti nudi”. Lungo i cardi e i decumani se ne vedono abbastanza per dedurre con certezza che la pratica dell’uomo a petto nudo è insieme al graticolato un retaggio dei centurioni, che stanchi di indossare l’armatura, una volta raggiunta la meritata pensione, si rilassavano i pettorali. Possiamo quindi affermare che il petto nudo discende direttamente da un antica usanza del centurione in pensione? Ma cosa e dove mangia il nostro vecchio soldato? Sul cosa c’è da fare una piccola premessa. L’attuale palato del homo graticolato è da sempre molto sbilanciato verso la cultura lagunare: il torbido alto adriatico e la laguna sono ancora generosi nel dispensare prelibatezze ai centurioni paleoveneti. Da questa posizione d’entroterra Venezia non si vede e non si sente, però c’è sempre, soprattutto a tavola. In pratica è stata ricreata tra i campi, tra i fossi e gli argini, ma non come a Las Vegas, al contrario, la sua fisicità sta sopra le tovaglie a quadri delle osterie e tra i fornelli di rustiche cucine.
Nella campagna veneziana si mangia come a Venezia, però molto meglio e a prezzi onestissimi. Ecco sei proposte centurioniche, sagge, antiche, gustose. La prima tappa è alla trattoria Collie in via Desman (l’antico decumano Massimo) che al numero 102 offre solo ricette al baccalà. In pratica un monoteismo culinario di grande qualità. Di primo tagliatelle o risotto al baccalà. Di secondo lo stesso in 4×4 versioni: mantecato, alla vicentina, in umido e in insalata. Ovvero l’ineguagliabile quater!
La seconda tappa è all’osteria da Caronte a Stra in riva al fiume Brenta, i catasti storici la individuano come “spaccio cibi cotti e bevande” già dal 1911. Il locale non è da meno: antico e accogliente. Menù fresco e venezianissimo dalle “sarde in saor” alle “seppioline in nero”. La terza è da Lele l’ostricaro in centro a Mirano. Dà il meglio di sé al banco ma ci si può anche sedere e ordinare primi saporiti e deliziosi secondi. Da provare, per accompagnare gli ottimi “cicheti”, il buono ed economico prosecco spinato. Alla quarta e quinta tappa, la cooperativa la Ragnatela a Scaltenigo, è sempre aperto ma è meglio prenotare. Il menù offre delle scorciatoie prelibate a prezzi veramente popolari, una su tutte i “bigoi in salsa”. I presidi Slow Food garantiscono la qualità del prodotto: dalla gallina padovana al carciofo violetto dell’isola lagunare di Sant’Erasmo. Associata alla cooperativa Ragnatela al “di là del fiume e tra gli alberi” c’è anche la trattoria al Sogno, con un menù decisamente più terrestre rispetto a quello prevalentemente ittico della Ragnatela ma con il grande vantaggio di poterlo gustare in un giardino paradisiaco.
L’ultima proposta è l’osteria dai Kankari a Marano di Mira. Apre tutti giorni alle cinque della sera fino a tarda notte. Dalle note di copertina si classifica come il posto “più bohemien della Riviera del Brenta”. All’interno ci potete fare quasi tutto, i coloriti osti offrono momenti musicali e di varia forma artistica con cadenza settimanale, di solito il lunedì. Ma loro stessi si cimentano spontaneamente in irresistibili spettacoli pittoreschi.

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mercoledì 4 settembre 2013

Ricominciamo

Lapalmanana riparte. Riparte da se stessa. Dimezzata pero' nei sui autori. Dopo aver cercato invano di essere un collettivo, aperto anche ad inteventi estemporanei, ripieghiamo su qualcosa che in musica si definisce “ one man band”. Nel frattempo ci siamo fatti dei buoni amici, primi fra tutti Puntarella Rossa che ci ha aperto le porte a "il Fatto Quotidiano".
Grazie a queste collaborazioni ci siamo sentiti meno principianti cercando pero' di non crescere troppo per voler rimanere bambini. Unica necessità per poter contiunare, divertendoci, a scrivere.
Dal nord Saredegna ci siamo spinti fino in Veneto e da qui con un viaggio in quattro puntate, che vi proporremo, ripartiremo, lentamente, con nuove dissertazioni isolane.

domenica 17 marzo 2013

Gavino avverto un leggero languorino

Si può vivere di sola birra? Sembra di sì, in Sardegna. Provate l’esperienza di avvicinarvi alla vetrinetta di un bar sardo e lo capirete. Se vi va bene, di fresco, troverete solo le brioche della colazione. Altrimenti sarà un proliferare di merendine in cellophane, snack multinazionali e patatine fritte in sacchetto. Di queste ultime se ne annoverano di tre tipi: la prima è di marca continentale, la seconda e la terza prodotte in isola. Per essere precisi l’ultima non è proprio una patatina ma pane “guttiau” in busta. Poi, ma non sempre, c’è l’apparentemente fresco da riscaldare o meno, ovvero dei panini, tramezzini e toast sigillati in plastica.
Poi uno esce dal bar, fa cinque chilometri, ma a volte bastano pochi metri, e vede mandrie di pecore, mucche bellissime e suini al pascolo e si chiede: ma perché nella triste vetrinetta di prima non c’è almeno un pezzettino di formaggio o una fetta di salsiccia da accompagnare al beveraggio? Qui scatta il primo paradosso, perché pare che tutti ma proprio tutti in quel bar, o producono essi stessi insaccati e pecorino, o hanno un parente strettissimo che lo fa e glielo regala. Il secondo paradosso è che non possono vendertelo per norme igieniche, né al bar né altrove. Così dicono.
Però noi ci accontenteremo anche di qualcosa di meno “selvaggio” del formaggio del pastorello dalle gote rosse. Insomma, un prodotto acquistabile anche in supermercato o in un alimentari. Lungi dal voler scomodare l’aperitivo milanese, i “ciccheti” veneti o la “pasticceria salata” siciliana, noi assidui avventori di bar sardi al settimo giro di birra pagheremmo oro un tagliere di specialità locali. Per concludere, torniamo sulle norme igieniche che ci tolgono il sonno. Se si vendono le fresche brioche di cui sopra, perché non si potrebbero spacciare panini imbottiti confezionati al momento o fatti in giornata? Avete forse paura che rimangano invenduti? Impossibile, un ubriaco affamato c’è sempre.

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mercoledì 21 novembre 2012

Mangiare in Sardegna, l’agriturista e il paradosso di Tiscali

Usiamo una metafora: cinquemila anni fa, i nuragici in piena Sardegna non avevano nessuna convenienza a farsi trovare, essendo affacendati nelle loro faccende. Cinquemila anni dopo (più dodici e una settimana da un Obama bis) per soddisfare la voglia di visitare Tiscali (il sito archeologico più famoso della Sardegna, dal cui nome un ex presidente di Regione ha costruito una fortuna telematica), si rischia la scomparsa quotidiana di turisti armati di pedule e di buona volontà. Questo perché si è deciso che il cartello segnaletico è peggio della gramigna infestante e come tale va abbattuto.
Se poi servono gli elicotteri per cavare dal Supramonte gli avventori desiderosi di vedere la meravigliosa dolina, poco male. Cosa vuoi che siano due turisti scomparsi pur di portare a termine l’ottusa missione di privare di segnaletica il versante di ascesa da Oliena (NU)? Del resto Tiscali è “solo” una delle poche meraviglie sarde che se la batte ad armi pari con le famose spiagge bianche dell’Isola. Tiscali deve rimanere un miraggio per pochi, e quei pochi o devono noleggiare una guida o passare da un altro Paese. Insomma basta che non passi dove dico Io (io uomo nuragico che non mi voglio far trovare): “That’s all, folks”.
Eccoci alla conclusione ghiotta: in Sardegna non si mangia male, tanto meno negli agriturismi. Ma mica puoi decidere Tu (continentale da strapazzo). Lo devo decidere Loro (i nuragici) se finalmente puoi gustare qualcosa di diverso dall’onnipresente menù Uno e Trino agrituristico: raviolo-porcetto-seadas (che ne so, un pollo ruspante ripieno con i peperoni). Tu puoi solo ringraziare. Ringraziare per la loro ospitalità.
P.s. Lo so che negli agriturismi si mangia a menù fisso. So anche che si possono trovare: malloreddus, cinghiale, agnello, ricotta, pecorino e verdure crude. Ma l’ossessione di voler servire il (finto) tipico è a volte molto più forte di una genuina ricerca sulla (diversità) delle tradizioni.

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giovedì 1 novembre 2012

Birra in Sardegna: il successo incontrastato (e poco spiegabile) della Ichnusa

"Praticamente un monopolio: i sardi bevono il doppio di bionde rispetto alla media nazionale, ma non puntano sulla varietà, anzi. Possibile che basti, a creare un tale trionfo, mettere lo stemma dei Quattro Mori sulle bottiglie di un prodotto industriale? I produttori locali, intanto, ne pagano le conseguenze."

 In Sardegna si beve molta birra. Secondo una recente indagine condotta da Makno e AssoBirra pare che se ne beva più del doppio rispetto alla media delle altre Regioni italiane. La birra che si beve è sempre l’Ichnusa. L’ichnusa si produce ad Assemini (CA) ma è di proprietà della Heineken. Anche in altri luoghi d’Italia esiste una identificazione locale con la birra, a volte un po’ paradossale come in Puglia. Ad esempio a Taranto si beve la Raffo, marchio Peroni che la produce nei suoi stabilimenti a Bari. A Bari invece si beve la Peroni fondata a Vigevano e ceduta alla SABMillerm che la produce a Roma, A Lecce si beve la Dreher, fondata a Trieste, acquistata dalla Heineken e prodotta negli stabilimenti di Taranto.
In Sardegna però è un’intera regione che beve in esclusiva una sola birra. Da sud a nord, da est a ovest la proposta è sempre la birra con l’effige dei Quattro Mori. Nemmeno la persistente rivalità Cagliari Sassari scinde i sessanta litri pro capite di ogni sardo in una possibile diversità d’acquisto. L’Ichnusa mette d’accordo il gusto di tutti gli isolani. Una unione d’intenti per altro in controtendenza alle peculiarie caratteristiche sarde: orgogliosi sempre ma divisi su tutto. Perché questo successo per una birra industriale non così diversa da altri marchi della medesima proprietà o di altre multinazionali? Una prima risposta, la si trova indagando su fattori di scala globale. Le tre multinazionali che detengono la totalità dei marchi mondiali hanno stretto e costretto in pie illusioni identitarie le comunità che producevano e consumavano birre locali. Nell’etichetta della bottiglia rimane lo stemma della tradizione, ma il contenuto è quanto di più distante da quest’ultima. La seconda risposta ha a che vedere con l’identità sarda e solo con questa: la bandiera dei Quattro Mori ai sardi conferisce un quadro di certezze, come il Cagliari di Gigi Riva, come il maialetto arrosto della nonna.
Fatto sta che il monopolio della birra Ichnusa in Sardegna è qualcosa che mette in crisi qualsiasi teoria della libera concorrenza. Spesso, anche volendo, non si può scegliere: la totalità degli onnipresenti circoli/club e molti esercizi commerciali, spacciano solo ed esclusivamente birra Ichnusa. La seconda e ultima domanda non ha risposte, o meglio io non le conosco. Perché nessuno si è mai proposto nella commercializzazione regionale di una vera birra sarda, in controtendenza alle multinazionali e magari un po’ meno industriale? Eppure i fattori di possibile successo ci sono tutti: se ne beve tanta, ci si identifica presto, basta una bandiera. Un suggerimento per iniziare? Ripartire dagli innumerevoli produttori locali di ottime birre artigianali sarde che soffrono quotidianamente nella distribuzione.

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venerdì 24 agosto 2012

Il Bar dei fratelli Caria ama la mamma e la polizia

Per spiegarci il Bosone, i fisici del Cern, hanno usato la metafora della stanza piena da attraversare. Quell'inafferrabile pieno declinato nello spazio interstellare è Bosone. Per spiegare il bar dei fratelli Caria non serve la metafora, le stanze del locale son sempe vuote. È un vuoto contemporaneo però, una volta quel bar era pieno (di uomini e bosoni). La nostra certezza si basa su segnali inequivocabili. Il primo: il bar in oggetto, come altri bar di prima periferia, che non hanno voluto o potuto rinnovarsi ma che stanno cercando, per oscuri motivi di resistere, hanno perso per lutto la propria clientela. Due: all'interno del bar persiste un iper arredamento, posaceneri, sedie e tavolini che oramai nessuna tocca, nessuno usa e nessuno sposta. Tre: lungo le pareti del bar sono appesi , con chiodi che tengono a malapena il peso, delle cornici. Segni inequivocabili di un vissuto, di una passione, di una frequentazione da bar, appunto. Quattro: dietro il bancone liquori dei bei tempi andati fanno ancora orgogliosa mosra di se. Tanto che qui il Biancosarti fa ombra alla ditta Martini. Cinque: la faccia del barista, in ogni ruga una storia da raccontare, peccato che non ci sia più nessuno ad ascoltare.
Bonus: il biancosarti ci fa sempre venire in mente Telly Savalas nel tenente Kojak.
Malus: le poche sedute esterne si contendono lo spazio con le automobili parcheggiate un po' ovunque.
Voti della palmanana
Ambiente: 6/7
Servizio: 6+

Bar Caria, via G. Palomba 20, Alghero

venerdì 17 agosto 2012

Mangiare in Sardegna, trattorie e mercati del pesce nella “barceloneta d’Italia” (da "il Fatto Quotidiano" del 14/08/12)

Premesso che i ricci proliferano in tutto il Mediterraneo e che le aragoste sarde sono più ricche di molti di noi perché volano in prima classe per i migliori ristoranti del mondo, oggi cerchiamo di affrontare uno dei luoghi comuni del turista che sceglie la Sardegna: l’abbuffata di pesce! Forse non tutti sanno che nell’immaginario dei sardi, le feste sono un buon maialino da latte o un capretto che volteggiano sul fuoco; sono le deliziose indigeribili zuppe di pecora e formaggio o di lardo e fave; sono carciofi e tenere favette. L’ambientazione classica dell’umorismo “continentale” sui sardi non è mai la barca, ma quasi sempre un dirupo tra sassi e mirti, contornato da greggi di pecore. Tutti però pensano al pesce quando prendono un biglietto per la Sardegna. E allora proviamo a dimenticare tutto ciò e da bravi turisti iniziamo a chiedere anche noi, per le strade di Alghero, dove si mangia il pesce buono.

Tra i primi posti che ci vengono suggeriti pare che ci sia un santuario della pasta coi ricci, la trattoria Maristella. Quasi ognuno ha avuto una casa della nonna o della zia. Ognuno la propria o al massimo condivisa con pochi connipoti. I ricordi si mescolano negli odori di cucina tra i mordi e fuggi da bicarbonato alla modica cifra di un interrogatorio faticoso per delare di te e dei tuoi prossimi. Anche da Maristella non ci si passa per caso come dalla nonna, ma quando puoi, dimentichi il conto, gli odori di zuppe e arrosti, e ritorni. Uno spazietto banale il giusto, tinto di sobrio gusto minimo medio: dall’apparecchiatura alla posa neutrale e giusto-cordiale dei camerieri. Tra le facce degli addetti al servizio aleggia però un sottile senso di “tanto lo sappiamo che la nostra roba è buona e che ti ha mandato qualcuno o ci conosci già”! Ma sanno anche che il cibo genuino non è troppo economico e allora, anche se ti hanno già inquadrato, nessuno farà smorfiette se chiederete di “smezzare” qualche piatto per assaggiare di più. Contrariamente agli avventori, i cui discorsi urlati rimbombano nella piccola sala nei momenti di pienone, i camerieri non parlano molto. Qui però chi comunica davvero è il piatto. Sincero, anche. Pochi intingoli e un gusto rustico per il mostro sbattuto in prima pagina, senza carezze. Dritto verso la sazietà. I superpapillati del retrogusto e del bouquet complesso sono avvisati: qui il pesce sa di pesce! La selezione di vini sardi tiene testa ai gusti veraci, lasciatevi consigliare dai monosillabi dei camerieri.

Tornati in strada con nuova verve, proviamo a cambiare target. Qual è il posto più radicalchic della “barceloneta” d’italia? Di sicuro non stiamo parlando quei locali che imitano gli allestimenti obituari e anemici della Milano da bere. Se cerchiamo un posto rustico ma raffinato, informale ma delicato, leggermente popolare ma sicuramente, sostenibilmente, a kilometro zero, allora tutti al Mercato del Pesce! Bateson dice che, escludendo l’istinto, le abitudini si apprendono sempre due volte. Prima si conosce il funzionamento di qualcosa, poi, esercitandosi e sperimentando, ci si abitua a ripeterlo. Istintivamente noti la Boqueria verso l’ora di pranzo quando avverti un inspiegabile odore di frittura intorno a te. Ti guardi intorno con attenzione e finalmente scorgi un cartello fuori dal mercato del pesce. Ti ci avvicini e vedi della gente che non ha l’aria da casalinga entrare o uscire da lì, chiacchierando tra amici. In quel momento capisci che il tuo istinto non mentiva. Poi, scatta l’abitudine. Fin dalla prima volta è bene imparare a separare l’aspetto da friggitoria rustica dalla realtà malcelatamente fighetta del locale. Si deve capire che i pescioni freschi che ti guardano e le ostriche che ti naccherano al ritmo dell’acquolina in bocca non hanno affatto lo stesso prezzo del banco del pesce alle tue spalle. Mentre aspetti un tavolo nell’ora di punta, tra i morsi dell’appetito, devi esercitarti a stare a tuo agio tra gli echi del mercato, incantonato sul tuo tavolino, a debita distanza da felpe fintoluride col cappuccio e completi di Armani: un’esperienza da provare! Se la freschezza e la bontà non hanno prezzo, mai questa massima fu più vera alla Boqueria dove, a parte il piatto fisso di frittura, non esiste prezzo esposto. Ogni abitudine, infatti ha degli imprevisti. E qui resta oscuro il meccanismo di formazione del conto. Al punto che se pure impari a scegliere in modo eurocompatibile e prendi il vizio di coccolarti ogni tanto con una deliziosa triglia arrosto o un turgido polpo, lo farai comunque rischiando di dar fondo ai biglietti nel portafogli! Che dipenda da chi fa le somme? Non si sa. Intanto il vino in bottiglia è piuttosto caro, e anche troppo freddo. Che si possa, in tutta questa informalità, portarsene una bottiglia giusta da casa? Un paio di esperienze non sarebbero sufficienti se non ci fosse però quella più autentica.

A chi disponesse di una cucina o di un barbecue consigliamo vivamente una passeggiata per la banchina settentrionale di Alghero. Lì, hanno realizzato da poco un mercato del pesce locale. Consigliamo di portarvi a casa qualcuno di quei deliziosi mostri marini fuori misura che stimoleranno e soddisferanno ogni appetito talassofilo. E se, come spesso succede, lo troverete chiuso (il maestrale impera sulle vite dei pescatori sardi), provate a girare tra i pescherecci e chiedete in giro se qualcuno ha da vendervi qualcosa. Se siete fortunati, quella sarà la vostra migliore abbuffata di pesce in Sardegna!

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lunedì 6 agosto 2012

Refugium per turista neghittoso. Ristorante al bisbe

La città catalana ha un gruzzolo nascosto di vie strette, di muri zuppi d’umido e di sale, che il lento inverno prepara all’asciugatura dell’estate. Allora è la canicola che vince, quando la mamma del sole inchioda i viandanti ciechi e li forza a strisciare lungo gli orli dei muri: senza accorgersene capita di arrivare all’acciottolato di piazza del teatro, che è già sera, e prender giù storditi per i gradini del Bisbe. Errore quanto mai felice!
Sì, è vero che la cucina a vista sparge i fumi delle cotture, anticipa la sorpresa degli odori e forse li staglia fin troppo sulle ceramiche chiare chiare, luccicanti sotto le lampade dei barbuti designer milanesi. Ma la saletta lunga nei pressi del bancone darà il sollievo della penombra e della musica soffusa, a chi cerca respiro dalla non vita delle spiagge arroventate. Qui nei seminterrati segreti, nel ventre di Alghero, mani premurose sapranno offrirgli – su rustiche tovagliette di carta da macelleria, ricercatissime! – la compagnia di una pasta con verdurelle appena scottate, insaporite di spezie della macchia. Un calice o due di nerissimo rosso per un oblio sereno, una vacanza leggera e finalmente paga di un riposo senza desideri. (ma.sì)
Bonus: Nella pia e buona opera c’è una passione sincera, per quelle cose terrestri che preparano un piccolo cielo anche qui.
Malus: L’opera pia ha i suoi costerelli, non altissimi... Ma è giusto: il turista neghittoso deve espiare. E anche i ristoratori devono mangiare.

Ristorante Al Bisbe, Placa Del Bisbe 4, alias del Teatro, Alghero